Ogni estate lo stesso copione: una pinna al largo, un video sgranato, il titolo con lo squalo. La paura vende bene. Peccato che la storia vera sia esattamente il contrario di quella che ti raccontano.
Non è lo squalo a dover temere te. Sei tu, o meglio la nostra specie, l'incubo del suo. Nel Mediterraneo gli squali non sono un pericolo in aumento: sono un funerale in corso, e quasi nessuno se ne accorge.
Fai due conti sulla paura

In tutto il mondo gli attacchi mortali di squalo si contano sulle dita: sei, forse dieci morti l'anno sull'intero pianeta (stime internazionali). Nello stesso anno, gli esseri umani ne uccidono decine di milioni, soprattutto per le pinne e come catture accidentali. Il rapporto è così sbilanciato che chiamarla "rivalità" è quasi comico.
Nel Mediterraneo vivono oltre 40 specie di squali, e la più comune sotto costa è la verdesca (Prionace glauca), un animale elegante che arriva a quattro metri ma per l'uomo è di fatto innocuo. Poi ci sono i piccoli di fondale, palombi e gattucci, che finiscono di continuo negli ami e non hanno mai fatto male a nessuno. Il problema non è che ce ne siano troppi. È che ce ne sono sempre meno.
Il mare che ammazza i suoi squali

Ecco il numero che conta, ed è agghiacciante. Nel mondo circa un quarto delle specie di squali e razze è a rischio estinzione. Nel Mediterraneo quella percentuale raddoppia: circa la metà delle nostre specie è minacciata (valutazioni IUCN). Il "mare nostro" è, per gli squali, uno dei posti più pericolosi del pianeta dove nascere.
Il motivo per cui è così grave è biologico. Gli squali non sono acciughe: crescono lentamente, si riproducono tardi e fanno pochi figli. Una popolazione di squali svuotata dalla pesca eccessiva non si ricostruisce in una stagione come un banco di sardine, ci mette decenni, e spesso non ce la fa affatto. La verdesca che un secolo fa incrociavi al largo con regolarità, oggi è un incontro raro.
Il fantasma del Canale di Sicilia

C'è una storia che da sola vale tutto il discorso. Nel Mediterraneo vive ancora il grande squalo bianco, e non da ieri: da almeno 3,2 milioni di anni. È una popolazione relitta, un ramo antichissimo geneticamente più vicino agli squali bianchi del Pacifico che a quelli dell'Atlantico qui accanto, arrivata quando i due oceani comunicavano nell'antico mare della Tetide (studio Università di Bologna). Un fossile vivente che ci nuota accanto senza che nessuno lo veda.
Le spedizioni scientifiche tra il 2021 e il 2023, cercando tracce del suo DNA nell'acqua, hanno capito dove si nasconde: il Canale di Sicilia, tra la Sicilia e la Tunisia. Lì nascono i piccoli e lì stazionano le femmine gravide: è la nursery, la culla degli ultimi squali bianchi mediterranei. Una culla piccolissima, con pochissima varietà genetica, classificata in pericolo critico di estinzione (dati IUCN). Potremmo perdere, in silenzio, un predatore che c'era prima di noi e potrebbe non esserci dopo.
Se ne agganci uno pescando, e capita, la regola è una sola: rilascio, il più rapido e delicato possibile. Slama in acqua con le pinze lunghe, taglia il terminale vicino all'amo se è profondo, non issarlo mai a bordo per la foto. E se lo avvisti dalla barca, non inseguirlo: fotografalo, annota luogo e ora, e manda la segnalazione ai progetti di monitoraggio o alla citizen science dell'ISPRA. Vale più quel dato della paura di mezza spiaggia.
Lo squalo non è tornato a minacciarci. Semmai è rimasto, nonostante noi, ad aspettare che smettiamo di essere il suo unico vero predatore.


