C'è una rete, da qualche parte là sotto, che sta pescando in questo momento. Nessuno la controlla, nessuno la svuota, nessuno la porterà mai a riva. Ha perso il suo padrone anni fa e continua a fare l'unica cosa che sa: catturare, e uccidere.
Si chiama pesca fantasma, ed è il lato oscuro del nostro stesso mestiere. Ogni 8 giugno, con la Giornata mondiale degli oceani, se ne torna a parlare. Ma per chi va per mare non dovrebbe essere una ricorrenza da calendario: è la storia di un attrezzo che ci somiglia troppo.
La rete che non smette mai

Una rete da pesca è progettata per una cosa sola, e la fa benissimo: trattenere ciò che ci finisce dentro. Il problema è che non smette di farlo quando la perdi. Continua a galleggiare o a stare impigliata sul fondo, cattura un pesce, il pesce muore e attira predatori, che a loro volta restano intrappolati. È una trappola che si riesca da sola, all'infinito, senza che nessuno ne raccolga il frutto.
Gli inglesi la chiamano ghost gear, attrezzatura fantasma, e la sigla tecnica è ALDFG: attrezzi da pesca abbandonati, persi o gettati. Non è un problema di nicchia. Il WWF stima che ogni anno le reti fantasma uccidano oltre 650.000 animali marini, tra tartarughe, foche, delfini, squali e uccelli (dati WWF). Muoiono di fame perché non riescono più a muoversi, o dissanguati dalle lenze che li stringono man mano che si dibattono.
Il 70% della plastica grossa è roba nostra

Qui arriva il dato che dovrebbe farci abbassare lo sguardo. Quando pensiamo alla plastica in mare immaginiamo bottiglie e sacchetti dei bagnanti. Ma se pesi i macro-rifiuti, quelli grandi, fino al 70% del loro peso negli oceani è composto da attrezzatura da pesca abbandonata (stime FAO e UNEP). Non i turisti: noi.
I numeri assoluti sono da capogiro. Si stima che negli oceani galleggino o siano incagliate circa 640.000 tonnellate di reti fantasma, pari a circa il 10% di tutti i rifiuti marini, e che ogni anno se ne aggiungano tra le 500.000 e il milione di tonnellate (dati FAO/UNEP). Ogni rete è di plastica, e la plastica in acqua non sparisce: si spezzetta, diventa microplastica, e ricomincia il giro che finisce nello stomaco delle acciughe e quindi nel nostro.
C'è una simmetria crudele in tutto questo. Lo strumento con cui prendiamo il pesce, abbandonato, diventa lo strumento che stermina il pesce che vorremmo prendere. Il nemico, per una volta, non è qualcun altro.
Otto giugno, e gli altri 364 giorni

La Giornata mondiale degli oceani nasce nel 1992 al vertice della Terra di Rio, e dal 2008 è riconosciuta ufficialmente dall'ONU: oggi si celebra in oltre 100 Paesi con pulizie di spiagge e fondali, laboratori nelle scuole, recuperi di reti fantasma da parte dei diving. Partecipare a una mattinata di pulizia è utile e fa bene, ma la verità è che il mare non si salva un giorno all'anno.
Si salva con i gesti piccoli degli altri 364, e chi pesca ne ha in mano più di chiunque. Non perdere la lenza è già mezzo lavoro: una bobina di filo esausto sta in tasca, e il monofilo disperso è tra le plastiche più letali e longeve che esistano. Se durante una battuta il tuo terminale si incaglia, recuperalo davvero invece di tirare finché si spezza. E se peschi dal fondo una rete o una lenza di qualcun altro, portala a riva: è il gesto più utile che farai in tutta la giornata, altro che la foto del pesce.
La rete fantasma non ha bisogno di te per continuare a uccidere. Ma ha bisogno di te per smettere.


